Milano, 16 settembre 2026 – Chiusura negativa per le principali Borse europee e per Wall Street nella seduta di ieri, martedì 15 settembre, con i mercati appesantiti dal nuovo rialzo del petrolio, dall’aumento dei rendimenti obbligazionari e dall’attesa per la decisione della Federal Reserve sui tassi di interesse. Il timore degli investitori è che l’energia più cara possa alimentare nuovamente l’inflazione, costringendo le banche centrali a mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo del previsto. A Piazza Affari il Ftse Mib ha terminato la giornata in calo dello 0,14% a 51.555,19 punti, dopo essersi mosso tra un minimo di 50.819 e un massimo di 51.789 punti. Il Ftse Italia All Share ha ceduto lo 0,15% a 54.076 punti. Milano ha dunque contenuto le perdite rispetto ad altre piazze europee. L’Euro Stoxx 50 ha perso lo 0,36% a 6.238 punti. A Francoforte il Dax ha chiuso in flessione dello 0,15% a 25.402 punti, mentre il Cac 40 di Parigi è arretrato dello 0,34% a 8.090 punti. Londra ha lasciato sul terreno lo 0,37%, con il Ftse 100 a 10.658 punti. Madrid ha limitato il ribasso allo 0,05%, mentre Zurigo ha registrato una perdita più marcata, pari allo 0,50%. L’indice paneuropeo Stoxx 600 ha ceduto lo 0,28% a 634,18 punti, scendendo sui minimi degli ultimi tre mesi.
A pesare sono stati soprattutto i titoli bancari e finanziari: le banche europee hanno perso complessivamente lo 0,9%, mentre il comparto dei servizi finanziari è arretrato dell’1,9%. UBS ha ceduto il 3,4%, penalizzata dai timori sulla tenuta dei ricavi dell’investment banking dopo le indicazioni negative arrivate dal settore statunitense. Debole anche il lusso, con Lvmh in calo del 2,6% e l’indice europeo del comparto in flessione dell’1,5%. La discesa del gruppo francese ha consentito a L’Oréal di superarlo per capitalizzazione e diventare la società di maggior valore quotata alla Borsa di Parigi. In controtendenza si è mosso invece il settore energetico, salito dell’1,3% grazie alla corsa delle quotazioni del greggio. Il petrolio è tornato infatti al centro delle preoccupazioni dei mercati dopo i nuovi attacchi alle infrastrutture energetiche dell’Arabia Saudita e l’aggravarsi delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente. Il Brent ha chiuso in rialzo del 2,9% a 108,75 dollari al barile, mentre il Wti statunitense è avanzato del 4,4%. Anche i prezzi del diesel hanno raggiunto nuovi massimi, aumentando il rischio che il rincaro dell’energia si trasferisca ai costi di trasporto, alla produzione industriale e, infine, ai prezzi al consumo.
Alla pressione del petrolio si è aggiunta quella dei rendimenti obbligazionari. Il rendimento del Treasury statunitense a dieci anni ha superato la soglia del 5%, toccando il livello più alto dal 2007. Anche i rendimenti dei titoli di Stato dell’Eurozona si sono spinti sui massimi degli ultimi 17 anni. Rendimenti più elevati significano costi di finanziamento maggiori per Stati, imprese e famiglie e rendono contemporaneamente le obbligazioni più competitive rispetto alle azioni, comprimendo le valutazioni dei listini.
Il quadro ha pesato anche su Wall Street, dove tutti i principali indici hanno chiuso in rosso per la seconda seduta consecutiva. Il Dow Jones ha perso 328,09 punti, pari allo 0,63%, terminando a 52.093,11 punti. L’S&P 500 ha ceduto lo 0,45% a 7.585,73 punti, mentre il Nasdaq Composite, più esposto ai titoli tecnologici e quindi maggiormente sensibile all’aumento dei rendimenti, è arretrato dello 0,78% a 25.981,57 punti. Il Russell 2000, che raccoglie le società statunitensi a minore capitalizzazione, ha perso lo 0,76% a 2.870,29 punti. L’indice della volatilità Vix è invece salito dello 0,58% a 17,20 punti. Le vendite hanno interessato quasi tutti i settori dell’S&P 500, con la sola energia in progresso, del 2,3%. L’attenzione è ora concentrata sulla conclusione della riunione della Federal Reserve. I mercati attribuiscono una probabilità superiore al 90% a un aumento dei tassi di 25 punti base, che sarebbe il primo rialzo in oltre tre anni. Più della singola decisione, gli investitori attendono le indicazioni della banca centrale sulle prossime mosse: il rischio è che il nuovo shock energetico non determini un intervento isolato, ma apra una fase di ulteriori aumenti del costo del denaro. (RED/MEDIAMOLT)
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